LA LUCE OSCURATA
Oggi la luce è effervescente. L’erba medica dei campi brilla sotto un sole di primavera inoltrata. Sa di raccolto abbondante, di annata generosa.
È domenica mattina e Giulia scorrazza con Gualtiero nel boschetto degli zii. Procede cauta aggrappandosi ai tronchi degli alberi.
-Attenta alla buca- l’avverte il cugino ma Giulia l’ha già scansata.
A terra scricchiolano ancora le foglie autunnali che nessuno ha rimosso completamente, mentre l’erba nuova si è estesa ovunque. Alcune piantine di viole hanno attecchito bene: dietro il sedile di pietra si vedono sempre di più le loro foglie a forma di cuore. Giulia le ha odorate due mesi fa: lo fa ogni anno al ripetersi della stagione. Gualtiero dice che le violette rappresentano i sogni infranti. Giulia lo sta a sentire: non sa perché ma le piace quella osservazione.
Le violette e le giunchiglie sono la primavera che non viene meno al suo rito.
-Giulia, Giulia! – è la zia che la chiama.
Giulia percorre con facilità il vialetto e si accosta alla donna che è affacciata sulla soglia di casa.
Le dice che lo zio vuole uscire con il cavalletto e la tavolozza e che porterà i bambini.
-Che bello, che bello! - saliranno sulla Moto Guzzi.
Lo zio Ettore con la cassetta a tracolla ha già tirato fuori il due ruote.
È bianco con la sella nera.
Giulia si è messa a cavalcioni sul portabagagli dietro, così può appoggiare i piedini sui piccoli sostegni di metallo che sporgono in fuori, mentre Gualtiero starà davanti aggrappato al serbatoio.
È bello scivolare in tre su quel piccolo mezzo.
Percorrono un tratto della provinciale e poi deviano lungo le stradine sterrate per raggiungere l’argine del fiume.
Giulia sente il vento che le scarmiglia i capelli e, con le braccia magre, si aggrappa forte alla giacca scozzese nel punto vita dello zio che ha rimboccato i pantaloni di cotonina chiara.
Ecco che Gualtiero ha avvistato l’argine.
La motoretta rallenta e slitta sui dossi formati dalle ruote dei carri.
Una nota di erba medica e di trifoglio profuma piacevole l’aria, in lontananza si vede un pastore col gregge e, se non fosse per il sinistro rumore che proviene dai fili dell’alta tensione, appena installati nei pressi, il paesaggio sarebbe bucolico.
La motoretta ha superato il ponte con le assi di legno e adesso si è fermata. Bisogna procedere a piedi perché, oltre, manca la carraia.
Gualtiero prende la manina di Giulia.
-Attenta a saltare i fossi quando te lo dico io.
Lo zio ha appoggiato la moto al muro di una vecchia rimessa abbandonata. Ha afferrato lo zaino di tela e fa strada per raggiungere lo specchio d’acqua. Giulia, nel vestitino rosa, saltella sulla punta delle scarpette bianche. Gualtiero chiede se ci sono i pescatori.
-Forse sì- risponde il padre altrove.
Lo specchio d’acqua è raggiunto. Si sente il verso delle folaghe. Intorno, le tife e le canne.
Lo zio ha trovato il suo gruppo di salici. Cava di tasca un fazzoletto e ne fa un copricapo per ripararsi dal sole. Poi, apre un minuscolo seggiolino e la cassetta dei colori. Sistema il cavalletto, la tela e i pennelli. Si posiziona rivolto verso il capanno dei cacciatori e si immerge nella pittura.
Gualtiero dice che andrà a catturare i lombrichi.
Giulia preferisce sedersi sul trifoglio e cercare con le manine i fiori per farne una ghirlanda.
La terra intorno è leggermente umida ed emana un odore penetrante. Le pratoline non mancano ed è facile riconoscerle al tatto. Lei sta seduta a terra tranquilla e sente il ronzio delle api. Per un po’ c’è silenzio: natura e persone un tutt’uno.
Un fragore d’aereo interrompe la quiete.
-Guarda, la scia bianca! – dice istintivo Gualtiero, sbucato tra le canne.
Giulia alza la testa e sgrana le pupille indolenzite in un’espressione immobile dietro i vetri smerigliati.
-Lo sai, è come l’anidride carbonica dei frigoriferi- le spiega.
Giulia abbassa la testa e solleva la piccola corona di fiori. Poi si alza e si avvicina allo zio. Un olezzo di acquaragia emana dai pennelli e dalla cassetta di legno deposta sul prato.
-Che cosa hai dipinto?
-Il paesaggio- risponde l’uomo, immerso nella pittura.
-Sì- dice Gualtiero- ci sono il cielo, le canne, la parte superiore del capanno.
Giulia piega il capo in avanti e immagina.
Nella memoria affiorano frammenti di ricordi, sensazioni. Il verde dell’erba lo conosce. L’erba medica sbattuta dal vento appartiene alla prima infanzia. Poi il grigio scuro del fango, il grigio puntinato di bianco delle galline faraone. Il bianco delle foglie dei gattici, il viola dell’uva. E il giallo delle balle di paglia.
Lo ricorda bene il giallo dei campi di grano, specchi di sole, prima e dopo la mietitura.
Correre tra le stoppie fa male ai malleoli ma significa esplorare spazi e libertà.
Quel giorno era stato uno scorrazzare continuo lungo la carraia, un calpestio di scarpe sulla terra arida e crepata.
Mentre stava seduta su una balla di paglia all’aperto, i genitori facevano la siesta nel chiuso di una stanza. Non potevano immaginare.
Lei ascoltava il frinire delle cicale. Poi guardò distrattamente un gruppo, abbastanza distante, di uomini che facevano il tiro al piattello con i fucili a canne sovrapposte. Chiuse gli occhi.
Infine, fu attratta da qualcosa. Girò la testa in direzione della gara. Il sole abbagliava e improvviso il suo calore era diventato più forte.
Un tiro deviato, non si sa come, forse da una barriera del poligono, la investì in pieno viso con la rosata di pallini, indeboliti nella loro carica ma ancora devastanti. Lei lanciò un urlo fortissimo cadendo sulle stoppie: sanguinava e perdeva liquido, mentre il sole diventava nero.
Arrivarono tutti: il gruppo degli uomini che faceva il tiro al piattello, i genitori, gli zii, mentre il cane nell’aia, legato alla catena, abbaiava furioso e incontenibile.
Al Pronto Soccorso dissero della perforazione bilaterale del bulbo.
Giulia era sprofondata in un mondo di nebbie, di vetri smerigliati, di cortine di fumo che oscuravano la luce.
La luce oscurata testo di Diodata